LE PAROLE PER DIRLO

Halloween, parliamo della morte

di Francesca Corbella

Ci sono due tabù fondamentali nella comunicazione di oggi, soprattutto quando ci rivolgiamo ai bambini: il sesso e la morte. Del primo si parla con relativismo “libertino”, quando in realtà l’emancipazione dei costumi al riguardo è solo illusoria e superficiale. Della seconda non si parla affatto, i tabù sono totali e fatichiamo addirittura a nominarla.

Nell’attuale contingenza storica abbiamo toccato con mano quanto siamo imbarazzati nell’affrontare la malattia e la morte. In Occidente “non si può più morire”; equivale a un insuccesso nell’era dell’egoico “vinco quindi sono” (vinco in denaro, vinco in bellezza, vinco nel lavoro, vinco nella vita sociale, quindi IO non posso morire). Per risolvere qualsiasi problema ricorriamo al farmaco o surrogato psicologico. E, in assenza, davanti all’ineluttabile, ricerchiamo il colpevole.

La morte ha perso tutta la sacralità e la portata di insegnamento che aveva in passato, quando accadeva frequentemente e si accettava come dato di fatto ingiudicabile e divino.

 

Oggi si giudica. Abbiamo perso Dio e quindi anche la morte riveste solo un significato deteriore, di disgregazione poco onorevole, o meglio non ha significato affatto.  Il famoso “si vive una volta sola” è molto illuministico e molto scientista, perché presuppone il “nulla dopo” (il “qualcosa dopo” è indimostrato dalla scienza e quindi non sussiste). La morte è solo il termine della vita edonistica, che trova nella morte stessa la propria giustificazione. Questo “dover godere al massimo perché abbiamo un’unica possibilità”, allontana la sacralità del rito di passaggio, che va rispettato per poter affrontare la perdita di una persona cara con la consapevolezza che ogni cosa che finisce apre a qualcosa che nasce. Al giorno d’oggi non nasce più niente insieme alla morte, essa spazza via tutto in modo desolante.

La paura della morte è una delle più forti paure archetipiche per l’uomo: ma se noi moderni la neghiamo, al contrario tutti i popoli antichi la celebravano con feste e abbondanza di cibi. Proprio da qui nasce la festività celtica ora conosciuta come Halloween.

Halloween offre lo spunto per parlare ai bambini della morte. Ma quali parole possiamo usare? Come sollevare i bambini dalla tristezza che può affliggere la famiglia a causa di un lutto? Ci sono alcune parole che possiamo usare, altre no: per esempio potremmo invitare i bambini a riflettere sulle “cose che passano”: Le cose che passano possono essere dolorose perché si trasformano e non ci sono più, a volte invece le cose che passano possono essere un sollievo: se abbiamo maldipancia siamo contenti che se ne vada, altre volte però lasciano un vuoto che dobbiamo riempire con qualcosa d’altro. Le cose che passano attivano in ogni caso una ricerca creativa. Coi bambini dobbiamo utilizzare sempre le immagini: l’uccello passa nel cielo e va via, scompare. E’ inutile attaccarsi a lui! Una piccola ferita ora c’è, poi guarisce. Accendiamo una candela per il nonno, un gesto semplice, commemorativo, d’affetto, che rappresenta la luce ma anche la caducità che va accettata.

Ci sono anche stessi eventi che portano esiti diversi: il sonno finisce e si è percorsi dall’aspettativa gioiosa della giornata, ma anche la veglia finisce e l’arrivo del sonno conforta col riposo.

Viviamo in un andamento ciclico che tende alla trasformazione costante. Nulla è stabilmente risaputo. Tutto passa ma lascia una traccia, un’eco di sè, qualcosa che scaturisce da lì, ugualmente bello, diverso, anche a volte migliore.

L’amore è l’elemento basilare che fa da contrappeso alla perdita di qualcosa che va via: sappiamo bene quanto un abbraccio, un pensiero, una dolcezza siano potenti antigeni contro la malinconia di una perdita. Lo dobbiamo insegnare ai bambini e certe circostanze sono l’occasione da non perdere per veicolare questo senso di pace ritrovata, che si coagula proprio intorno alla morte, negli affetti. I bambini sono sensibili alla permanenza delle cose, la capiscono e la ricercano continuamente: l’amore quindi viene inteso esattamente come risposta a questa ricerca.

Bisogna parlare ai bambini in tutta franchezza, con parole adatte alla loro età ma non per questo meno vere. Se siamo nebulosi, la loro comprensione risulta imperfetta e il loro bisogno di sicurezza resta insoddisfatto. Non solo, anche la nostra autorevolezza viene meno. Molto spesso chiedono spiegazioni concrete, come “Cosa succede quando uno muore?” Non c’è bisogno di spiegazioni metafisiche, basta dire sobriamente che “Quando uno muore, il suo cuore non batte più. Lui non respira più, non si muove più”. Come succede in natura: il camoscio può restare sotto la valanga. Il ghiro viene preso dal gufo.

I bambini si proiettano e immaginano la loro propria morte o quella dei loro genitori. E allora chiedono “Anche io morirò?” “Anche tu morirai?”. Abbiamo l’obbligo della sincerità ma possiamo rispondere: “Noi moriremo tra tanto tempo. Saremo vecchi e tu sarai già grande”.

Parlare della morte è anche un momento in cui i bambini possono esprimere le proprie emozioni, quali la paura o la nostalgia. Sta a noi rassicurarli: ”È normale avere paura della morte. Anche i grandi spesso ne hanno paura.”

Alcune parole, inadatte o inappropriate, utilizzate molto spesso con l’intento di addolcire la realtà, hanno poi conseguenze sull’attitudine – conscia o inconscia – del bambino. Quindi è meglio evitare di utilizzare espressioni come “addormentarsi”, “partire” o “andarsene” per spiegare la morte. Se dite a vostro figlio che suo nonno si è “addormentato”, rischia di avere molta paura di andare a letto, cioè di morire anch’egli. Allo stesso modo, se gli dite che la bisnonna “è partita” per un lungo viaggio, il bambino attenderà il suo ritorno oppure starà in ansia quando qualcuno di caro partirà in viaggio. Anche dire che la nonna è morta perché era genericamente “malata”, potrebbe indurre a credere che al prossimo raffreddore sia il suo turno. Meglio essere espliciti: “La nonna era malata di cancro, che è una malattia molto grave, a volte si guarisce, a volte no”.

Tornando ad Halloween, Halloween parla di sacro, di legami fra cielo e terra. I Celti credevano che il 31 Ottobre gli spiriti dei morti tornassero nel mondo dei viventi, errando per le nostre contrade. Con l’avvento del Cristianesimo le anime dei defunti tornarono a noi per proteggerci.

Il linguaggio del cibo assume anche in questa circostanza un grande valore simbolico, oltre che culturale, sociale ed affettivo: la tavola è il luogo privilegiato, dove il tabù della morte è riassorbito e scongiurato proprio dal rinsaldarsi dei rapporti familiari intorno al cibo, l’elemento vitale per antonomasia. Anche su questo si può far riflettere i bambini, preparando insieme dei dolci di zucca in omaggio ai nostri cari che ci sono vicini e tornano a farci visita.

Intorno ad Halloween si scatenano i fautori e gli oppositori, ma il problema non è Halloween, il vero problema è che ai bambini non si parla dell’aldilà, non si spiega cosa c’è dopo la morte. Il rischio è quello di ridurre la vigilia di Ognissanti ad una carnevalata horror dove alla fine rimangono tante zucche vuote, senza alcuna profondità di visione capace di tradursi in liberante accettazione per noi e speranza per i bambini.