GLI ERRORI EDUCATIVI

Luca, 7 anni, si addormenta tardi la sera e si addormenta solo con la tv accesa, con lo smartphone o col tablet che ogni anno a Natale e compleanno i nonni gli regalano; dorme nel lettone insieme alla mamma (co-sleeping, sigla nuova come tante altre, striscianti, che strutturalizza un’incapacità genitoriale, dandole una veste progressive e pertanto accettabile), mentre il papà vaga da un divano all’altro.

Nel bagno Luca non è autonomo, urla e la mamma corre a pulirlo (perchè deve essere pulito perfettamente dalla madre soccorrevole che si stacca per un minuto dallo smartworking). A tavola Luca non mangia niente, ricatta la madre, che gli pone ad ogni pasto diverse scelte (“Vuoi questo? O questo?”) e cucina pietanze alternative, che lui rifiuta. Naturalmente divora con appetito il dolce alla nutella.

La mamma lo chiama ossessivamente “amore”, lo bacia sulla bocca, ha con lui un rapporto fusionale all’insegna della “confidenza e informalità” che confonde con l’affetto materno e l’affiatamento relazionale e che ostenta in pubblico.

Luca è sedentario, fino a 4 anni è uscito solo con il passeggino, e faceva capricci per camminare. Non sta coi coetanei nel weekend perchè preferisce i videogiochi come Fortnite dove gioca già a 7 anni, segue anche gli youtuber sollevando le risa goliardiche del padre.

I compiti li fa con la mamma (o meglio li fa la mamma), la quale si sostituisce alle sue autonomie.

Fino a tre anni Luca entrava a scuola in braccio e senza le scarpe, dopo essere sceso dalla macchina. A tre anni e mezzo aveva ancora il pannolino (“Non mi ero accorta che si poteva togliere”) . E fino a 4,5 anni Luca è stato imboccato (“Perchè se no non mangia”), davanti alla TV (“Per distrarlo”); andava a letto con un biberon di latte; a scuola la madre veniva a prenderlo con un ciuccio da infilargli in bocca a mo’ di consolazione.

Luca a scuola è un bambino che non sta fermo al banco, disturba, sputa ai compagni, risponde, è arrogante, non ascolta, ha tempi di attenzione brevissimi, non si concentra su nulla.

Da qui alla diagnosi di ipercinesi o ipercinetismo, disturbi dell’attenzione, disturbo provocatorio, disturbi specifici del linguaggio, il passo è breve. Ovvero vediamo un intero sistema che approffitta della fragilità genitoriale: la neuropsichiatria che si sostituisce all’educazione che invece è la cura e la soluzione.

Educazione a casa ed educazione a scuola: questa viene patologizzata anzicchè implementare la qualità nella valutazione dei bambini nella loro individualità e nei loro progressi, li si fa rientrare in griglie di sviluppo precostituite e standardizzate.

Ma quali sono le cure educative? A casa i genitori possono seguire questo breve vademecum:

Rispettare le autonomie di base da conseguire entro i 3 anni: camminare, parlare, controllare gli sfinteri, a cui si aggiungono il dormire da solo, mangiare da solo di tutto, lavarsi.

Rispettare la distanza educativa in relazione all’età del bambino, se da piccolissimi sussiste una simbiosi tra mamma e bambino, da adolescenti avviene un distacco fisiologico che non vuole più promiscuità fisica, verbale, notturna, simbolica (stesso spazzolino, stessi film da vedere assieme, stessi vestiti).

Non confondere i ruoli, il papà non è la mamma e questa non è la nonna!

Gestire il linguaggio, che deve evolversi con l’età, basta paroline infantili e basta chiamare “amore” l’adolescente! Non è il findanzato della mamma!

Facilitare le autonomie e le esperienze dirette del mondo, non sostituirsi al bambino per facilitargli il compito!

Avere coesione genitoriale, attenzione a non cadere nella preponderanza di un genitore sull’altro, usare la parola Noi e non Io, dare regole condivise prima tra papàe. mamma e farle rispettare con coerenza. Non scaricare il barile all’altro genitore (“Parlane con tuo padre!”).

Offrire regole chiare dove il figlio possa orientarsi tra cosa è giusto e cosa no. I bambini vogliono genitori non da comandare ma da emulare. Il genitore servizievole e suddito non serve al bambino.

Con gli adolescenti le regole devono essere negoziate: dopo aver messo un limite si possono negoziare le modalità attuative della regola. Non discutere le regole con i bambini a tre anni!

Avere consapevolezza dei propri blocchi educativi, legati alla propria storia, ad eventi traumatici personali o famigliari, e non riproporli inconsapevolmente al figlio

I genitori hanno il dovere di crescere i figli con una pedagogia sana, mirata ai bisogni, coraggiosa. Invece diventano terapisti psicologi, che fanno diagnosticare i figli. Li crescono con iperprotezione, mancanza del giusto distanziamento fisico, mancanza di organizzazione famigliare e di coerenza, ricorso continuo alla tecnologia che determina nei bambini e adolescenti la perdita della socialità naturale tra pari, eccesso di emotività e isterismo affettivo, intermittenza nella presenza e nell’azione educativa, abdicazione ai ruoli primari e sovrapposizione di ruoli. Metodi disciplinari sbagliati (“Per castigo se non mangi ti tolgo il tablet”) come il bisogno di riposizionarsi dopo aver perso l’autorevolezza genitoriale attraverso l’urlare autoaffermativo addosso al figlio.

L’eccesso di immedesimazione col bambino (papà “giocattolo” che ritiene un dovere di coscienza di giocare tutto il tempo, e mamma trendy che veste come la figlia di 6 anni) porta ad un’eccessiva assimilazione con lui. Il bambino non sa che farsene di un adulto bambinizzato che rinuncia al ruolo educativo perchè troppo difficile.

Troppo spesso il modello educativo cui assistiamo oggi non è altro che un’espressione di narcisismo pervasivo e autoreferenzialità dove il bambino diventa funzionale al perfezionismo egoico dell’adulto.

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