COME SCEGLIERE L’ASILO?

Da qualche giorno i servizi per la prima infanzia (da zero a 6 anni) stanno offrendo giornate di open day per mostrare le strutture agli interessati per il prossimo anno scolastico. Ma non è facile scegliere. Vediamo qualche suggerimento.

Come prima cosa ponetevi la domanda PERCHE’? Perché cerco un servizio per l’infanzia e che tipo di servizio vorrei?

Non è una domanda scontata poiché soprattutto le mamme che si rivolgono ai servizi sono in primis condotte dal bisogno di dover riprendere il lavoro e pertanto con ansia cercano il posto più vicino a casa o vicino ai nonni o vicino alla sede del lavoro. E’ un errore da non fare: pensate che state “consegnando” la più preziosa cosa che avete nella vostra vita nelle mani d’altri, pensate anche al fatto che l’età che vostro figlio ha è la più fondamentale per lui, quella che costituirà la base di tutta la sua vita futura, di tutte le sue competenze. Queste competenze maturano nei primi 6 anni di vita nei diversi campi d’esperienza: affettivo, relazionale, motorio, cognitivo (linguistico, logico, matematico, artistico, manuale). Se questa fase della vita del bambino non è ricca di stimoli al punto giusto, curata, ascoltata con tempi lenti, si rischiano delle insufficienze che egli sconterà poi da grande.

Ciò detto, il Nido rimane sempre “il miglior posto dopo la mamma” e la Scuola dell’Infanzia “il miglior posto per imparare ad imparare”. Entrambi sono complementari alla famiglia e alla casa materna/paterna e non la sostituiscono mai.

Che cosa deve avere un Nido, o un Asilo, per essere il miglior posto dopo la mamma?

Entriamo in un Servizio di qualità e vediamo.

Prima di tutto valutiamo come si presenta l’ingresso: c’è un’insegna?, la comunicazione è curata? Il vialetto è spazzato, c’è un giardino? E’ un ingresso comodo e che invita ad entrare? Oppure già prima di suonare il campanello siete prese dall’angoscia?

Osservate voi stesse, leggete le vostre emozioni, fin da subito.

In seconda battuta come venite accolte? L’atmosfera è spontanea ma non casuale? L’impressione di essere attese con piacere è netta e si percepisce nel sorriso di chi vi accoglie? L’odore dell’ambiente è gradevole o sa di mensa d’ospedale?

Si chiamano soft qualities e sono tutte quelle sottili caratteristiche che “non si vedono agli occhi ma si sentono al cuore”: profumo, illuminazione e luminosità, disposizione degli arredi, bacheche con informazioni, documentazione esposta sui lavori dei bambini, pulizia e ordine, gentilezza, autenticità delle persone, trasparenza e apertura delle porte, armonia sul posto di lavoro.

E’ “costui” infatti, il cuore, che deve infine decidere e non la ragione! Fate conto sull’istinto materno: da un lato esso farebbe volentieri a meno di dover prendere questa decisione, ma dall’altro ha tutto l’interesse a mettersi in pace se trova un buon posto per il piccolino e per la sua mamma.

Spesso le mamme vanno in compagnia dei papà a vedere l’asilo nido. Benissimo che anche i padri si interessino della cosa!, ma attenzione perché nel 90% dei casi i padri vengono mossi dal ruolo di decisori di acquisto e non perché intendano saperne di più di bambini e bambinaie. E’ uno stereotipo di ruoli che tuttavia resiste. Resiste fino a che non lo cacciamo via con la consapevolezza che scegliere al meglio un asilo è cosa buona e giusta per tutta la famiglia. Perché proprio dal Nido la famiglia deriverà un enorme appoggio educativo e psicologico per tutti i primi 6 anni di vita del bambino. L’asilo infatti è anche un’occasione di scambio e di socialità con altri genitori di bimbi coetanei.

Dopo le soft qualities, arriva la valutazione della sostanza: personale, organizzazione, didattica, alimentazione, igiene e sicurezza, rispetto della normativa, formazione.

Il personale è il punto più importante: bisogna poterlo conoscere, perché sono le educatrici che prenderanno in carico il vostro bambino e che dovranno “saper essere e saper fare” per dargli i giusti ascolto, amore e apprendimenti. L’educatrice non è la mamma e l’amore che può dare è un amore metodologico, condiviso tra tanti utenti, collettivistico. Consideriamo che il Nido è un luogo adattivo dove il bambino piccolo passa dalla diade mamma-bambino iniziale al trio mamma-papà-bambino alla dimensione comunitaria. Questo passaggio è faticoso per il bambino: delle buone professioniste e un Nido che si rispetti sono capaci di favorire questo passaggio con delicatezza e competenza per farne derivare al bambino dei vantaggi in termini di sviluppo. Una volta che il piccino è inserito in comunità allora si produce l’effetto propulsivo che il Nido porta in termini di sviluppo relazionale e sociale, che poi diventa cognitivo andando avanti progressivamente.

Il personale deve essere molto formato e continuamente formato. Il gestore e il coordinatore pedagogico devono poter rispondere a questa domanda se interrogati dal genitore. L’età degli educatori può anche essere giovane purchè si faccia formazione continua. L’esperienza sul campo in sezione deve essere garantita da uno staff dove al massimo 2/3 persone su 10 siano giovani (sotto i 26/28 anni), ma ci deve essere la maggior parte di educatori con esperienza almeno decennale. E questo perché i professionisti di Nido e Scuola Infanzia devono saper tenere distinto il portato personale dal lavoro coi bambini, i quali, notoriamente, sono capaci di “tirare fuori dagli stracci” anche un Generale dell’Armata di Napoleone!

Per prevenire le “simpatiche notizie” di cronaca a cui assistiamo di tanto in tanto ci vogliono doti personali e alta formazione psicopedagogica continua. Ci vuole benessere sul posto di lavoro, ci vogliono spazi inclusivi e ambiente sereno, bello esteticamente (non necessariamente ricco o chic, ma pulito e ordinato). Infine ci vogliono contratti di lavoro regolari, per evitare il turnover, straordinari pagati, ferie concesse su richiesta e allegria.

Infine c’è la valutazione dei programmi didattici: al Nido le attività sono molto sensibili, piccine, quasi invisibili, ma calibrate sull’età dei bambini. Non fidatevi di chi fa del marketing vendendo servizi non adatti all’età (a 5/6 mesi cosa volete che facciano i lattanti?); diffidate dei gestori che vi vendono gli “acceleratori educativi” non richiesti dalle tappe fisiologiche di sviluppo, come laboratori delle cose più strane o la psicomotricità proposti troppo precocemente. Fino a 15/16 mesi i bambini hanno bisogno di risposte ai bisogni primari: ascolto, attenzione, dolcezza, contatto fisico, rispetto degli orari fisiologici, riposo, ripetizione rassicurante, adulti di riferimento senza cambi di scenario continui, un metodo efficace di comunicazione tra adulti e tra adulti e bambini. Costruita questa base solida, si può iniziare la didattica vera e propria, ma sempre senza anticipazioni. Non dobbiamo portare i bambini a fare nessuna corsa a ostacoli! Considerate che i primi tre anni di vita sono di scoperta, costruzione e consolidamento delle relazioni primarie, già arricchitesi di elementi in più al nido (dalla mamma all’educatrice ai pari), quindi non serve turbare il bambino con un eccesso di stimoli fuorvianti il suo equilibrio elementare.

Tutto ciò vale anche alla Scuola dell’Infanzia, dove però la valutazione delle attività didattiche si fa più importante in quanto l’età 3-6 è quella del costrutto intellettivo. Quindi qui si può tranquillamente inserire nella vita del bambino tutto ciò che attiene alla formazione cognitiva. Senza trascurare gli aspetti fisici e multi sensoriali ancora da rafforzare con attività ad hoc, qui si può introdurre una programmazione di lavori manuali come la falegnameria, il telaio, la creta, il cucito; tutto il lavoro artistico dalle arti figurative alla musica; le attività motorie complesse anche all’aria aperta; l’inglese o altre lingue; le uscite didattiche; tutto ciò che attiene alla scoperta del mondo con esperienza diretta in sezione e fuori dove ci siano altri adulti guida; a 5 anni ci si può dedicare allo sviluppo linguistico-lessicale e logico-matematico con la prescrittura e prematematica. Importante però che questi restino allenamenti prodromici alle discipline scolari e non le discipline stesse. Alla Scuola dell’Infanzia si deve poter giocare e basta. Perché attraverso il gioco il bambino impara, il giocare è lo strumento di cui la Natura ha provvisto il bambino per conoscere. Non priviamolo di questo, pensando che sia solo “per bambini piccoli”. A 6 anni un bambino è effettivamente ancora piccolo e deve poter avere diritto al gioco. Ci penserà la scuola (quella italiana poi è maestra!) a deprivarlo rapidamente della magia e fondamento della persona che è il gioco! Ma questo è un altro argomento.