GLI STEREOTIPI DI GENERE

di Francesca Corbella

Il dibattito è molto acceso sugli sterotipi di genere, emergendo da vari studi due categorie di rappresentazioni dei generi maschile e femminile: gli stereotipi tradizionali e quelli anticonvenzionali. Nella prima categoria i comportamenti di maschi e femmine sono definiti dalla consuentudine e non sono mutabili in conseguenza di fattori individuali, rispondono cioà a modelli sociali e culturali predefiniti. In passato si tendeva quindi a impartire anche in educazione ruoli precisi e limitati al sesso. Gli stereotipi di genere non attribuiscono solo ruoli, professioni, comportamenti ma anche una psicologia precisa. Per esempio si dice che la donna sia emotiva, incostante, fragile, tenera, comprensiva mentre il maschio razionale, forte, competitivo, amante del rischio, avventuroso. 

Da quattro decenni ormai anche la psicopedagogia si occupa di studiare il complesso rapporto tra educazione e genere cercando di chiarire quali siano i modelli impliciti cui fanno riferimento le insegnanti rivolgendosi a bambini e bambine ed inoltre come tali modelli si traducano nella pratica educativa in termini di regole, indicazioni, sanzioni che possano influenzare gli scolari. Il punto è non tanto abolire i modelli del passato quanto andare a suffragare con un comportmento corretto ed imparziale l’autostima dei singoli individui, al di là dei modelli. 
Riteniamo che le complessità e le differenze di genere siano sacrosante, come stabilito dalla biologia, che non debbano andare a sovrapporsi in un unicum spurio e privo di identità. Bensì si debba lavorare sui bisogni di ascolto di ciascuno, nella propria individualità ed istanze espressive di sè. Per valorizzare e la persona in quanto tale con le sue caratteritiche e il genere che va ad indirizzare naturalmente queste caratteristiche, non esteriormente bensì interiormente e senza catalogazioni.
Maschi e femmine hanno funzionamenti diversi, sensibilità diverse. Non siamo tutti uguali, non siamo neutri e incolori, peculiarità dell’inconsistenza e dell’alienazione. Siamo anzi tutti diversi e fortmente reclamiamo la nostra unicità.


I servizi educativi devono raccogliere questo invito alla valorizzazione e non cadere nell’ideologia gender dove sussiste un tentativo di sovversione della differenziazione come se quest’ultima andasse a penalizzare i soggetti.
Solo rilanciando la consapevolezza di sè come valore fondante della persona la scuola  può rendere un servizio al bambino. 
Siamo fermamente convinti che far indossare ai maschi di 3 anni le mutande rosa sia un’idiozia ideologica, confusiva e persino mortificante, e questo sia per le bimbe sia per i maschi. Anche piccolissimi, quindi quando sono ancora completamente esenti da condizionamenti culturali di genere, i bambini esprimono istintualità ed istanze diverse, con spiccate propensioni e attitudini di funzionamento cerebrale diversi dal maschile al femminile. Entrambi fino almeno ai tre anni si cimentano negli stessi giochi, che per nulla al mondo infatti noi educatori, avvezzi all’osservazione e alla ricerca-azione educativa sul campo, ci sogneremmo mai di sottrarre loro per sostituirli con la scopa per le bambine e il martello per i maschi! Diciamo che fino a tre anni tutti, qualora di loro interesse per l’apprendimento e la sperimentazione, toccano, manipolano, utilizzano, si travestono, scambiano, portano alla bocca, “martelli e mutande rosa”, senza con ciò sentirsi in difetto di genere o che noi educatori ci sentiamo di aver calcolatamente concesso loro un affrancamento dagli stereotipi convenzionali!
Buon genere a tutti!